Un articolo più in ritardo di Odisseo.
Riflessioni
• 01 ago 2026 • 9 min
Riflessioni
La rana in città
Stiamo bollendo, e nemmeno lentamente.
- Durden
- 20 ago 2026
- 4 min
È letteralmente la metafora della rana nella pentola, o come si chiamava. Stiamo bollendo nella pentola a poco a poco, senza che riusciamo a capire qual è il nostro limite di sopportazione. O meglio, senza accorgerci che l’abbiamo già superato da un pezzo.
Ora vivo a Parma. L’altro giorno ero a fare una lavatrice in bagno ed era più o meno orario di tramonto. Ho guardato la finestra e ho visto orde di zanzare che s’accanivano contro la zanzariera, rimbalzandoci, nel tentativo disperato di sfuggire al caldo asfissiante.
Ogni tanto ne trovo qualcuna in casa, qualcuna che evidentemente è stata più furba, più abile nel trovare uno spiraglietto da qualche parte, o semplicemente ha avuto più culo. Ma quest’anno mi pare di avere a che fare con zanzare anemiche. Non sono più le scaltre ninja con cui ero abituato a combattere, brave a nascondersi e ancor più a scattare via l’attimo prima di venire spiaccicate.
Adesso le trovo mentre planano a mezz’aria, sfinite dall’afa e rincoglionite dall’aria condizionata, e mettono quasi pietà. Non pensavo avrei mai provato pietà per una zanzara; è la prova che con questo clima apocalittico può succedere di tutto.
In pratica anche gli insetti sono esausti. Non ce la fanno manco loro, che ho sempre pensato essere le creature più cazzute e resistenti su ‘sto pianeta. Non ce la fanno, stanchi come e più di noi; eppure continuano a moltiplicarsi. Trombano come matti e poi muoiono sconvolti. Proliferano e affondano allo stesso momento.
Le cicale sono assordanti. Friniscono a un volume fuori dal mondo. Le sentono sulla luna, credo. L’altro giorno ne ho trovato una per terra, in strada. Caduta dagli alberi dove i canti delle sue colleghe continuavano a rimbombare tipo musiche di Nolan. Era agonizzante ma giuro che non era schiacciata né ammaccata, giuro che sembrava un malore. Aveva quasi l’espressione stravolta del colpo di calore, su quella sua faccia di insetto. Quando siamo ripassati da lì era morta.
(R.I.P. cicala, morta malinconica fissando i rami su cui aveva sempre vissuto).
A volte camminando di giorno hai paura che potresti scioglierti sull’asfalto da un momento all’altro, come una pallina di gelato. Prima la suola delle scarpe, poi i piedi, le ginocchia, la vita e così via, finché anche la testa non cola giù per terra. A volte ho proprio l’impressione che mi stiano sudando gli occhi; anzi, che stia sudando qualsiasi cellula del mio corpo.
Settimana scorsa ho fatto un paio di chilometri a piedi per andare a recuperare l’auto dal meccanico, erano le diciotto circa; camminavo pianissimo ma non è servito a nulla: sono arrivato in officina con la maglietta appiccicata al corpo e tappezzata di sudore. Quando ho visto che la mia auto era parcheggiata al sole, chissà da quante ore, avrei voluto piangere ma non avevo più acqua a disposizione nel mio corpo.
Tornando a casa, in macchina, andavo coi finestrini abbassati perché l’aria condizionata ci mette un po’ a carburare. A un incrocio ho beccato il rosso e mi sono guardato un po’ attorno in quella landa di cemento arsa dal sole. Sul marciapiede vicino c’era un signore col cane che aspettava scattasse il verde per attraversare.
Il cane era tipo un golden retriever avanti con l’età. Ci siamo guardati per un attimo, mi fissava con l’espressione triste tipica di quei cani. Ansimante, con la bocca spalancata e la lingua fuori, sembrava la creatura più in crisi di tutte.
«Mi dispiace», ho provato a dirgli col pensiero. «Dovrebbero rasarti il pelo a zero», ho aggiunto. Non so se ha capito; poi è scattato il verde e se n’è andato col padrone.
Arrivato a casa mi sono fatto subito una doccia fredda, poi ho acceso l’aria e mi sono buttato sul divano. Finalmente respiravo, e intanto mi chiedevo cosa verrà fuori da tutto ciò, dal forno incandescente che sono diventate le nostre città.
Nasceranno nuove forme di vita? Altre si adatteranno nei modi più bizzarri e imprevedibili? O continueranno a cadere, cotte come quella cicala? E qual è il punto di comportarci così, di far finta che non stia accadendo nulla, che sia tutto perfettamente normale?
Temo che non ci sia nessun punto, come sempre. Siamo rane nella pentola e non ci accorgeremo della fine mai, nemmeno l’attimo prima di finire.
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