Riflessioni

Chat GPT sceglie, scrive e spreca per noi

Alcuni appunti (e dubbi) sul report di Open AI.

E così la settimana scorsa Open AI ha diffuso il primo vero report sull’utilizzo di Chat GPT da parte dei suoi utenti. Un documento che, bisogna dirlo, va preso un po’ con le pinze dato che la stessa Open AI ha partecipato alla sua preparazione – e infatti al suo interno ci sono parti di flex puro in cui si esaltano i risultati raggiunti da Chat GPT, o si decantano i suoi effetti positivi per la società. (Ci torneremo).

Tuttavia, il report – basato sull’analisi di un milione e mezzo di prompt inviati da circa centotrentamila utenti nel corso di un anno – contiene anche parecchi dati e statistiche interessanti, che in alcuni casi confermano e in altri smentiscono ciò che pensavamo di sapere sul nostro modo di usare Chat GPT.

(Se vi interessa, qui trovate l’intero documento, da cui ho preso anche i grafici che vedete in questo pezzo).

Io l’ho letto e ne ho tirato giù tre domande, o riflessioni, o domande travestite da riflessioni… Siano quel che siano, le trovate di seguito.

Chat GPT ci salva dall'incertezza (o forse no)

La ricerca ha individuato delle macro-categorie per classificare le modalità con cui Chat GPT viene ingaggiato dagli utenti, e le principali tre sono Practical Guidance, Seeking Informations e Writing, che insieme contano per il 77% del totale.

Che differenza c’è fra Practical Guidance (Orientamento Pratico) e Seeking Informations (Ricercare Informazioni)? Il report lo spiega così:

“La differenza tra Practical Guidance e Seeking Informations è che il primo è altamente personalizzato per l’utente […], mentre il secondo riguarda informazioni fattuali che dovrebbero essere le stesse per tutti gli utenti.

Ad esempio, utenti interessati alla corsa potrebbero chiedere a ChatGPT i tempi di qualificazione per la Maratona di Boston in base a età e genere (Seeking Informations), oppure un piano di allenamento personalizzato che corrisponda ai loro obiettivi e al loro livello di forma fisica attuale (Practical Guidance).”

Tutti, per un motivo o per un altro, ci rivolgiamo a Chat GPT quando non sappiamo bene qualcosa. O fare qualcosa. Io ultimamente ho iniziato a usarlo per cucinare, anzi, per cucinare meglio. Resto ancora una schiappa ma devo ammettere che le sue indicazioni m’aiutano, e l’altro giorno ho preparato delle scaloppine al limone che giuro erano quasi buone.

(Se sai cucinare e mi stai disprezzando perché sono ricorso a Chat GPT per una roba da principianti come le scaloppine, ti capisco ma la vita è anche le persone come me purtroppo).

La cosa migliore, per me che sono imbranato ai fornelli, è che posso sottoporgli qualsiasi dubbio e quello continuerà a guidarmi, imperterrito e premuroso. Per esempio, se mi dice “olio abbondante” io gli chiedo di quantificare; se mi dice di tagliare le verdure, mi faccio spiegare bene come (a listelle, alla julienne, a cubetti…), e così via.

L’alta affidabilità e il tono sempre disponibile del chat bot di Open AI costituiscono il mix perfetto per conquistare gli indecisi e gli inesperti di qualsiasi settore, che si tratti di vita quotidiana o – ancora meglio – di lavoro.

(Dalla ricerca infatti emerge come nel 15% delle conversazioni work-related gli utenti chiedano a Chat GPT di guidarli nelle decisioni da prendere).

Alla fine però uno si chiede: Chat GPT ci rende più sicuri di noi in quanto ci dà pieno supporto nelle nostre operazioni – grandi o piccole che siano –, o meno sicuri perché ci abitua ad affidarci sempre di più all’AI?

Se un domani tutti i chat bot basati su intelligenza artificiale diventassero inaccessibili, o troppo costosi per utilizzarli, saremmo più o meno autosufficienti di prima? E soprattutto, chi mi farebbe le scaloppine al limone?

Chat Fiction

Nella categoria del Writing rientrano circa un quarto di tutti i prompt analizzati (e la percentuale sale al 40% se si guarda ai soli messaggi in ambito lavorativo; tipo quando ti fai scrivere le mail da Chat GPT, per capirci).

Questa è stata a sua volta suddivisa in altre sottocategorie a seconda che l’utente richieda di riassumere, tradurre o modificare un testo già fornito; oppure, di creare un nuovo testo da zero, che si tratti di una mail, di un articolo o di un post.

Lo studio riferisce che solo un terzo di tutte le Writing conversations ha a che fare con la creazione di testi nuovi, quasi a rassicurare chi legge che il ruolo e la reputazione dei creativi non sono davvero in pericolo come si riporta in giro da qualche anno a questa parte. Ad esempio, solo nell’1.4% delle conversazioni viene richiesto a Chat GPT di generare storie o comunque testi fiction.

Ora, una prima osservazione che mi sento di fare è che l’1.4% può sembrare anche trascurabile nel campione di un milione e mezzo di messaggi, ma applicato ai circa settecento milioni di utenti effettivi di Chat GPT (secondo le stime del report stesso) significa comunque numeri giganteschi.

Inoltre, quella dei ricercatori mi sembra una conclusione un po’ arbitraria visto che inquadra in modo piuttosto rigido le sottocategorie che loro stessi hanno definito.

Cioè, magari coloro che richiedono esplicitamente a Chat GPT di creare un testo o una comunicazione da zero saranno anche pochi rispetto al totale; ma chi ci dice che anche quelli che chiedono la modifica di un testo preesistente non utilizzeranno poi la sua versione editata spacciandola – ad esempio – per un articolo nuovo di zecca scritto da loro?

Insomma, ciò che voglio dire è che l’ampio ricorso a Chat GPT per tutte quelle richieste ascrivibili alla categoria del Writing conferma pienamente, a mio parere, come anche le operazioni puramente creative vengano sempre di più demandate all’AI.

Un trend che inevitabilmente continuerà a crescere, in una società e in un sistema economico-produttivo in cui bisogna generare contenuti a ripetizione se si vuole rimanere rilevanti. Ci avviciniamo davvero al fatidico giorno in cui quasi tutto ciò che vediamo-leggiamo in giro sarà scritto con l’AI?

(I miei articoli li scrivo ancora io quindi continuate a leggermi grazie mille).

Bella l'AI, ma non ci staremo dimenticando qualcosa?

Come dicevo in apertura, ci sono parti del report in cui i ricercatori indugiano autocompiaciuti sugli effetti positivi di Chat GPT; niente ci dicono, invece, sulle possibili conseguenze negative. È anche normale che sia così: nessuno è fesso come si suol dire, e di sicuro non lo sono quelli di Open AI. Che senso avrebbe farsi cattiva pubblicità da soli?

Ora, per motivi di spazio (e per non rompervi le balle) non starò qui a elencare tutte le possibili problematiche insite nell’adozione sempre più diffusa di questa tecnologia. Ce ne sono diverse e se ne parla già parecchio: dagli effetti sul cervello a quelli sul nostro modo di relazionarci, passando ovviamente per le conseguenze – potenzialmente drammatiche – sul mondo del lavoro.

L’unica su cui vorrei soffermarmi però è anche quella su cui si tende a sorvolare più spesso, forse perché fa sentire in colpa direttamente noi utenti: l’impatto energetico e ambientale.

Chat GPT consuma e inquina, perché i calcoli che effettua per risponderci possono arrivare a richiedere decine di volte più energia rispetto a una query standard sui motori di ricerca, e i data center sprecano grandi quantità d’acqua per essere raffreddati.

Come sappiamo, dipende anche dalla quantità e dalla complessità dei prompt che inviamo. Ora, come vi dicevo io l’ho ingaggiato per preparare le scaloppine, quindi capite bene che non sono nessuno per giudicare. Metto in mezzo anche me quando dico che probabilmente dovremmo iniziare a usare questo strumento con un pochino più di parsimonia.

Per dire: dal report emerge come circa il 2.5% dei messaggi analizzati fossero volti a “chiacchierare” o a “giocare” con Chat GPT, usandolo quindi a mo’ di passatempo.

Anche in questo caso i ricercatori la inquadrano come una piccola percentuale rispetto al totale e quasi la derubricano a semplice nota di colore; ma, di nuovo, le cose cambiano parecchio se pensiamo al 2.5% dei messaggi prodotti da settecento milioni di utenti.

Vuol dire una mole enorme di prompt per fare gli scherzoni a/con Chat GPT, non proprio una bella notizia per l’ambiente allora.

Di tutte le ragioni valide che già ci sarebbero per adottare un approccio consapevole a questi strumenti, quella dell’impatto ecologico mi pare forse la più urgente. Riusciremo a fare questo step prima o poi, e a regolare le nostre modalità di utilizzo dell’AI?

Intanto, per fare il mio, ho rinunciato ufficialmente a servirmene per cucinare in modo decente. Tanto, a dirla tutta, era una missione troppo difficile anche per Chat GPT.

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© 2025 Durden Plaza

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