Manifestanti pro Pal danneggiano una vetrina durante un corteo del 2024. Fonte: Rai News.

Riflessioni

Vetromania

Ultimamente s’è parlato tanto di vetrine rotte (e poco di democrazia).

In pratica settimana scorsa parlavo con mio nonno al telefono. Era giovedì 2 ottobre, il giorno prima delle manifestazioni pro Pal in tutte le principali piazze italiane. Forse perché l’aveva appena visto in qualche TG, il discorso è capitato proprio lì e lui mi fa (traduco dal barese):

«Tutti questi che protestano… io li capisco, è giusto quello che dicono. Andrei anch’io con loro, pure con una gamba sola…» (Le gambe ce le ha entrambe per fortuna, il suo era un modo per ricordarmi che alla sua età non può più affrontare grandi camminate). Poi è arrivato il fatidico ma:

«… ma non è giusto che devono spaccare le vetrine.
E bloccare tutto.
E fare tutto ‘sto casino».

Le vetrine rotte sono diventate il terreno di scontro intorno a cui s’è sviluppato il dibattito riguardo i cortei pro Palestina che hanno coinvolto centinaia di migliaia di italiani durante lo sciopero nazionale del 22 settembre.

Un copione mediatico che s’è inevitabilmente ripetuto anche prima, durante e dopo la giornata del 3 ottobre, in cui i cortei si sono fatti ancora più partecipati e intensi (oltre due milioni di persone secondo gli organizzatori).

Nulla di nuovo, del resto: da sempre battere sul tasto del vandalismo costituisce la strategia preferita di chi punta a sminuire l’impegno e le argomentazioni dei manifestanti, derubricandoli a semplici casinisti e facinorosi.

Proprio su questo si sono focalizzati nelle ultime settimane, infatti, gli articoli di giornali come Libero e La Verità, e le puntate di trasmissioni come Dritto e Rovescio (uno dei tanti talk sensazionalistici che infestano Rete4 e che, ahimè, rappresentano una fetta importante della dieta mediatica degli ultra-anziani come mio nonno. E cioè mezza Italia).

Niente da vedere qui, solo Del Debbio che fa esplodere il populismometro.

Ora, io non sto scrivendo questo pezzo per dire che hanno fatto bene a rompere le vetrine, nè per minimizzare gli episodi di violenza che si sono verificati (e che comunque sono stati sempre isolati e condannati dalla stragrande maggioranza dei partecipanti).

La cosa che mi disturba davvero in questo svilimento delle manifestazioni è il conseguente screditamento della voglia di partecipazione che – ripetiamo – milioni di persone in Italia, fra cui anche tantissimi giovani, hanno dimostrato di avere ancora. E invece di apprezzarlo, come l’unico segno di salute da anni di uno Stato democratico che si regge a fatica su elezioni sempre più disertate, a queste persone si dà degli stronzi.

Non sono solo i media tradizionali o le loro emanazioni online, ovviamente. In primis, ad attaccare i manifestanti è stata quella classe politica che percepisce come un pericolo le loro istanze e il loro impegno. D’altro canto, anche la spedizione della Flotilla costituiva un esempio di iniziativa dal basso, e guarda un po’ come li abbiamo trattati.

Comunque, nonostante tutti i tentativi di mortificare lo spirito di questi cortei, l’affluenza di chi vi ha preso parte resta incredibile e dimostra come ci sia ancora tanta gente disposta a mobilitarsi quando si tratta di cause importanti. Tipo fermare un genocidio.

Mio nonno ha novantaquattro anni; sono tanti eh, ma è ancora lucido. Per quanto quei dannati talk cerchino di traviarlo, di portarlo dalla loro parte, sa riconoscere dove sta la ragione. Il mio sogno è che la prossima volta spenga la tv e raggiunga pure lui i manifestanti. Pure su una gamba sola.

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© 2025 Durden Plaza

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