Riflessioni

Il mio problema con Linkedin

Un social che mi fa rosicare.

Vado dritto al punto: da qualche settimana, navigare su Linkedin mi provoca un senso di nausea. Sì, proprio Linkedin, il social media virtuoso dove puoi trovare offerte di lavoro, conoscere nuove realtà professionali, restare aggiornato sulle novità del tuo settore ecc. ecc.

Preciso subito: non sono qui a negarne i pregi. Linkedin è davvero uno dei pochi luoghi digitali dove hai la sensazione di spendere il tuo tempo in maniera utile. Dico solo che – sarà che ultimamente lo sto frequentando troppo – ogni volta che ci passo più di venti minuti di fila mi sale il disagio e sento il bisogno di fuggire, tipo agorafobico in mezzo alla folla.

Il mio problema nasce da quella che in realtà è una criticità storica di tanti social: l’ostentazione di benessere da parte degli utenti. A differenza di Instagram, però, dove assistiamo a un’esibizione di bellezza artificiosa sia a livello estetico che delle esperienze vissute, su Linkedin a essere ostentata è l’autorealizzazione, la soddisfazione professionale, l’appagamento entusiastico per il proprio lavoro.

Del resto, a ben vedere è solo naturale che questo comportamento trovi diffusione anche su Linkedin. Dato che essere bravi nel vendere la propria immagine è un requisito importante per attirare nuove e migliori offerte di lavoro, è del tutto comprensibile che gli utenti sfruttino un social del genere per fare autopromozione.

'Chief Visionary' vorrei usarla anch'io un giorno.

È comprensibile, ok, ma mette a disagio lo stesso. Soprattutto se non ti rivedi in quella sicurezza e in quell’entusiasmo tanto sbandierati. Ci sono giorni in cui navigando su Linkedin ho la sensazione che sia popolato solo da persone che saprebbero darti la stretta di mano perfetta mentre ti guardano col loro sorriso d’acciaio. Un esercito di avatar in giacca e cravatta che posta contenuti pieni d’amore per la loro professione, qualunque essa sia.

Ci sono i post avvincenti, tipo la storia autobiografica di lei che è riuscita a far carriera in azienda nonostante abbia avuto due figli o di lui, che faceva il pizzaiolo ma poi ha mollato tutto per fare il consulente crypto-finanziario e adesso è felice. Oppure i post saggi, solitamente pubblicati da manager o quadri che si sentono in dovere di insegnare alle masse cos’è la leadership positiva, quant’è importante la leadership positiva, come bisogna esercitarla ‘sta benedetta leadership positiva.

Infine, forse i miei preferiti, ci sono i post di flex puro, in cui la tizia o il tizio in questione parlano del grande successo lavorativo appena registrato, tipo aver raggiunto gli obiettivi aziendali di vendita con un mese d’anticipo o cose così, come se fosse una roba di cui possiamo essere tutti orgogliosi e un grande risultato per la collettività. Le parole d’ordine poi sono sempre le stesse: impegno, sacrificio, mettercela tutta

A scanso di equivoci lo metto per iscritto: io sono un rosicone. Ma uno vero, di quelli che rosicano duro. Se l’ostentazione su Linkedin mi dà tanto fastidio è anche – forse soprattutto – perché io non mi sento professionalmente all’altezza delle persone che postano. Ma proprio per niente. In realtà però mi rendo conto che non c’è nulla di sbagliato di per sé nel celebrare i propri risultati.

Voglio dire: fosse anche solo perché ha voglia di farlo, uno ha tutto il diritto di flexare sui social senza che arrivi il rompipalle di turno a fargli la predica, questo è chiaro. Detto ciò, credo comunque sia sensato riconoscere che l’ostentazione genera delle conseguenze negative quando si diffonde a tal punto da diventare la prassi. (Eccomi qua: il rompipalle con la predica).

Ad esempio il fatto che della “Linkedin envy” si parla già da tempo – anche su testate prestigiose come il Times – come di un fenomeno sempre più diffuso. L’invidia poi si trasforma facilmente in ansia da prestazione se chi ha l’impressione di brancolare nel buio viene continuamente esposto alle storie di successo di gente dalla carriera più brillante della sua.

Ancora: come messo in luce sul Le Monde, il proliferare di contenuti positivi e di uno storytelling enfatico contribuisce a rendere Linkedin un luogo in cui gli utenti si sentono quasi obbligati a mostrarsi sempre motivati ed entusiasti. Tutto ciò produce, in definitiva, una rappresentazione del mondo del lavoro che è poco realistica e ci allontana, di fatto, dal riconoscere e affrontare i suoi problemi.

Where is it?

Insomma, su Linkedin sembra di vivere perennemente in un film della Disney dove l’impegno e la perseveranza vengono premiati con la felicità professionale mentre i sentimenti negativi sono soltanto transitori, come dolori necessari che ci spronano a superare le fasi più difficili. Ma la realtà di tante persone è ben diversa da così. La sfiducia verso sè stessi, il senso di inadeguatezza e di fallimento sono brutte bestie che non si sfilano tanto facilmente per farti accedere all’agognato lieto fine. A volte restano lì e ti becchi solo loro.

Non sto dicendo che sarebbe bello se sparissero da Linkedin le storie di successo o i contenuti dai toni entusiastici, perché penso che alla fine servano anche quelli. Possono davvero svolgere una funzione positiva in certi casi e io stesso ho trovato d’ispirazione alcuni post motivazionali che ho letto. Semplicemente mi piacerebbe trovare più spesso anche la loro controparte meno accattivante.

Che so, ad esempio la versione di chi non guadagna abbastanza da potersi programmare un futuro, chi si ritrova a fare orari massacranti e chi un lavoro non riesce nemmeno a trovarlo; chi soffre la leadership positiva del suo capo, chi vorrebbe tornare a fare le pizze e chi non ne può più di obiettivi aziendali che si fanno ogni anno più estremi. Vorrei, insomma, un ambiente che rifletta maggiormente la realtà in modo da potermi orientare e capire quanto le mie difficoltà siano solo mie e quanto, invece, sistemiche e quindi condivise.

Un cambiamento del genere nel panorama dei contenuti su Linkedin non è semplice per (almeno) due ragioni. Una ha a che fare con la solita storia dell’algoritmo: i post positivi generano più engagement, banalmente perché è più comodo “festeggiare” sbrigativamente il successo di qualcuno piuttosto che mostrare un sincero interesse per le sue difficoltà. L’altra invece riguarda la pressione sociale di cui sopra: se tutti non fanno altro che mostrarsi contenti e soddisfatti, mi sentirò tenuto a farlo anch’io. A maggior ragione se voglio che un recruiter mi contatti per propormi un lavoro.

Come dicevo in apertura, Linkedin possiede ancora molti aspetti che lo rendono una piattaforma più utile rispetto a tante altre. Se usato nel modo giusto, rappresenta davvero uno strumento efficace per aggiornarsi, cercare nuove opportunità professionali o fare networking. Tuttavia, che possa affermarsi anche come un luogo realmente confortevole per tutti coloro che cercano – chi più e chi meno faticosamente – il loro posto nel mondo del lavoro, beh, questo resta da vedere.

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