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Qualche settimana fa m’è capitato di leggere un post su Linkedin in cui l’autore denunciava la presenza sempre più massiccia di contenuti generati con AI sul social network di Microsoft. Non era certo la prima volta che m’imbattevo in una riflessione del genere, anzi: i post su Linkedin in cui ci si lamenta del dilagare di testi scritti con l’AI ormai sono così diffusi da costituire un genere a sé.
Quel post in particolare, tuttavia, ha attirato la mia attenzione perché faceva un passettino in più rispetto agli altri tutti uguali in cui l’autore/autrice vuole solo flexare che sa scrivere senza usare Chat GPT. Più precisamente, citava anche alcuni indizi utili a riconoscere l’origine artificiale di un testo; segnali paratestuali come — ad esempio — l’utilizzo del trattino lungo quando si riporta un inciso. Esatto, tipo quello che ho appena usato io.
Secondo l’autore infatti nessuno usa davvero il trattino lungo, e la maggior parte delle persone non sa nemmeno come si fa su una comune tastiera QWERTY.
(alt+0151 se ci tenete a saperlo. Non facilissima da ricordare, ma aprire e chiudere le virgolette caporali è il vero inferno se posso dirvi la mia).
Preciso che non sto scrivendo per contestare la natura di quel post e nemmeno la presunta affidabilità di indizi tipografici del genere. Infatti, a dirla tutta, anche secondo me il trattino lungo è sospetto quando lo trovo su Linkedin, perché in effetti il trattino corto, le parentesi o semplicemente le virgole sono ben più diffuse quando si vuole esprimere un inciso.
Io però — e sicuramente tante altri come me — so usare il trattino lungo. Non è per flexare anch’io adesso (o forse sì), perché in fondo non ci vuole un master in fisica: semplicemente in certi contesti si può o si deve usare quello lungo, e se scrivi online da un po’ di tempo è probabile che qualche editor competente te l’abbia suggerito.
Quindi so usarlo ma, al tempo stesso, sembra sospetto anche a me. Ecco, il punto è questo: da quando ho letto quel post, ci penso sempre due volte prima di digitare il trattino lungo. Anche se ritengo che ci starebbe meglio.
È una strana sensazione quella che si prova quando valutiamo se commettere volontariamente un errore — ortografico, grammaticale, sintattico… sia quel che sia. Di solito capita più di frequente nel parlato, quando scegliamo come e quanto adattare il nostro linguaggio al contesto in cui siamo inseriti: più o meno formale, colloquiale, volgare, ecc.
Nello scritto invece si tende a privilegiare la correttezza, a maggior ragione se si sta scrivendo un articolo o un post per una piattaforma come Linkedin. Si tratta di ambiti in cui sbagliare, di solito, rischierebbe di farci fare la figura degli incompetenti.
Eppure, al giorno d’oggi, con l’affermazione dei chatbot AI e la conseguente — anche comprensibile — indignazione verso chi pubblica testi visibilmente generati da Chat GPT, l’errore diventa quasi un distintivo. Un indizio lasciato lì apposta per dire:
«Ehi, guarda: ho sbagliato! Ora puoi star certo che questo contenuto è scritto al 100% da un essere umano».
(alt+0171 per aprire le caporali, alt+0187 per chiuderle. Un vero inferno, ve l’ho detto).
Purtroppo però abbiamo superato da un pezzo il punto in cui la sola presenza di errori bastava a provare che un contenuto fosse stato generato da una persona. La tattica di sporcare articoli e testi prodotti da AI con sbavature grossolane per dargli una parvenza di umanità è già stata rilevata e discussa nel tempo da vari commentatori. Uno stratagemma non particolarmente sofisticato, e infatti lo usano letteralmente anche i ragazzi a scuola.
E magari sono io che mi sto fissando — colpa di Linkedin, nel caso — ma mi pare di notare questa strategia in azione sempre più spesso. Anche su importanti testate online. Articoli ogni volta non firmati, così scolastici e lineari che paiono scritti dal più basilare dei modelli LLM, ma con un paio di errori evidenti (ortografici e/o semantici) buttati lì con nonchalance.
Del resto, che sempre più editori e giornali pubblicano roba generata con AI lo sappiamo fin troppo bene. Trovo però significativo il fatto che, nel goffo tentativo di mascherare l’impronta del chatbot, si cerchi talvolta di rovinare quei testi con errori marchiani.
Sembra quasi una confessione di impotenza, come se l’unica cosa che chi scrive (o comunque chi pubblica) possa offrire siano ormai soltanto refusi e interventi peggiorativi di quel lavoro perfetto che è invece (in teoria) l’output dell’AI.
Insomma, magari è un po’ presto per dirlo ma sembra che la diffusione sempre più evidente dell’utilizzo di questa tecnologia per produrre testi e contenuti possa condurre — e in parte l’ha già fatto — a un abbassamento nella qualità di scrittura degli stessi.
Ma soprattutto, finché verrà impiegata così disinvoltamente da attori e riviste che non ne dichiarano l’uso e anzi provano a dissimularlo, continuerà a favorire un clima di confusione in cui chi legge — sia online che offline — finisce inevitabilmente per chiedersi cosa sta leggendo: il testo di una persona, o di un chatbot?
Io, nel dubbio, continuerò comunque a usare il trattino lungo.
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